La città di Gravina in Puglia si estende sul versante sinistro dell’omonimo burrone le cui sponde sono collegate da un ponte settecentesco, affine nella struttura gli antichi acquedotti romani, costruito allo scopo di portare sotto le mura della città le acque della sorgente Sant’Angelo.
Il nome gravina sta ad indicare una depressione carsica del terreno formatasi dalla erosione operata dalle acque di fiumi che sono andai lentamente prosciugandosi.
Nel burrone scorre il torrente Canapo, che ha la sua sorgente presso Fontana d’Ogna. Dopo aver raccolto le poche acque che scendono dai colli vicini, si dirige verso Gravina incassandosi presso il ponte Petraio a nord-ovest, nel burrone che termina al ponte Canapiello. Ricevute le acque del fiume Pentecchia, ai piedi di Picciano, procede con il suo corso verso il Bradano dove sfocia nelle campagne di Miglionico.
Guardando verso ovest si eleva, isolata e maestosa, la collina di Petramagna (volgarmente conosciuta come Petramanca o Botromagno), la cui sommità conserva vestigia archeologiche che molti studiosi fanno risalire al IX-VIII a. C.
Ai suoi piedi si adagiano i resti di un altro sito detto Padre Eterno, di più recente scoperta e più o meno contemporaneo al primo.
Agli occhi di chi viaggia in questi luoghi per la prima volta, si offre la visione di un paesaggio spettacolare, avvolto in un alone di mistero, che lascia stupefatti e increduli per lo straordinario fascino offerto tanto dalla natura quanto dalla mano dell’uomo.

La storia di Gravina in Puglia

Dopo una lunga e operosa parentesi di vita peuceto-greco.romana le due città decaddero, anche per le mutate condizioni storiche e sociali di Roma.
Infatti la via Appia, che nella confluenza delle valli verso ovest in un punto a poca distanza dai due siti, aveva una stazione di rifornimento, era stata soppiantata dalla nuova via detta Traiana che con maggiore rapidità raggiungeva Brindisi attraversando la Daunia e passando per Canosa, Bitonto ed Egantia.
Attribuire a questi due siti l’unico nome di Silvium, come ritengono molti, per l’assonanza con l’eventuale demotico greco EIAINON su una moneta con il EIABION di Diodoro Sicuro oppure EIAOYION di Strobone non è problema di facile soluzione, sia perchè non è stata mai rinvenuta iscrizione chiarificatrice sia perchè gli antichi itinerari collocanno sulla via Appia, quasi alla medesima distanza daVenosa, due centri: Silvium e Blera.
La caduta ufficiale di Roma nel 476 d.C. e la conseguente invasione dei barbari coinvolsero anche le popolazioni di questi due centri che trovarono scampo e rifugio nelle grotte che si aprivano sulle pareti del burrone:
Di qui la comunità cominciò lentamente a concentrarsi sul versante sinistro costruendo i primi nuclei della Civitas nei rioni Piaggio e Fondovito caratterizzati da un’architettura spontanea; quindi raggiunsero la piana dove il Medioevo trovò la sua ultima appendice nel “borgo”.
Affacciarsi sulla “gravina” oggi vuol dire godere di una visione magica e misteriosa che rimblalza nel chiaroscuro delle grotte in cui sono visibili, attraverso l’uso di dipingere immagini sacre, i segni della nuova civiltà che si usa indicare come “civiltà rupestre”.
Questa, però, affonda le sue radici in epoche più remote.
Divenuta sede vescovile dipendente da Otranto nel IX secolo sotto i Bizantini, Gravina attraversò un periodo di grande floridezza;dopo essere stata devastata dai Saraceni, passò nel 1041-1042 ai Normanni (Umfredo e poi Roberto d’Altavilla) in qualità di feudo.
Conclusasi l’età angioina, il feudo di Gravina potè godere di un coerente sviluppo della sua vicenda e di una relativa stabilità amministrativa grazie alla famiglia Orsini, ad un ramo della quale appartenne ininterrottamente dal 1380 al 1807.
Prima della grande stagione barocca non mancarono tuttavia altri episodi di rilievo, come l’erezione fuori le mura nel Quattrocento della chiesa di S. Sebastiano e del suo convento dei Minori Osservanti, ampliato successivamente da Ferdinando II ottavo duca di Gravina nella seconda metà del XVI secolo; suo figlio Michele Antonio Orsini istituì un ospedale veterinario fuori la “porta di basso”.
La solida posizione di Gravina  in Puglia nel campo delle arti tra XVII e XVIII secolo si deve non tanto ai duchi titolari, quanto all’indiretta ma efficace azione della duchessa madre, sia pur ritirata in convento, proseguita dal figlio Pier Francesco, che aveva rinunciato al titolo per diventare domenicano; alla presenza della duchessa nel convento delle Domenicane, ed alla sua posizione di badessa nel 1681, è legato il dipinto raffigurante la Madonna del Rosario. Alla medesima committenza, sempre a ridosso dell’ultimo decennio del secolo, sono attribuibili anche due statue lignee raffiguranti la Madonna e san Giuseppe,
In un secolo in cui i prospetti delle chiese e degli edifici di culto acquistarono un particolare valore di status symbol si realizzò a Gravina il più inconsueto esempio di esaltazione araldica affidata all’architettura religiosa, ovvero la chiesa della Madonna delle Grazie, eretta tra il 1602 e 1652 fuori le mura e modellata sullo stemma di famiglia del committente, il vescovo Vincenzo Giustiniani da Chio: la facciata riflette infatti nella sua articolazione una enorme aquila ad ali spiegate, riprodotta a rilievo, troneggiante su tre torri merlate.
Ancora sullo scorcio del secolo, Gravina in Puglia poteva beneficiare di un’altra importante iniziativa culturale, grazie al cardinale gravinese Francesco Antonio Finy, già vescovo di Avellino e poi coadiutore di papa Benedetto XIII Orsini, cui si deve il decisivo arricchimento della biblioteca Finya che porta il suo nome, una delle più antiche della regione, fondata nel 1686 con i lasciti del vescovo Domenico Cennini dei Salamandra e dell’arcidiacono Donatangelo Lettieri.
All’indomani della morte della duchessa (avvenuta nel 1700), il primogenito Pier Francesco Orsini, domenicano con il nome di Vincenzo Maria, poi cardinale ed infine papa nel 1724 con il nome di Benedetto XIII, non dimenticò mai la sua città d’origine, che ne conserva i segni nei benefici, negli arredi e nei paramenti preziosi di cui si arricchirono le chiese ed in particolar modo le cappelle del Purgatorio e la cattedrale.
Per la maggior chiesa della città il cardinale Vincenzo Maria Orsini riedificò il campanile (crollato per i terremoti del 1456 e del 1563) sui resti di una torre normanna, ristrutturò nel 1714 l’antico battistero, e commissionò al pittore Francesco De Angelis la tela raffigurante il battesimo di Gesù, datata 1726. Permaneva negli orientamenti della famiglia Orsini un gusto fortemente solimenesco, cui rimanda il gruppo di ovali settecenteschi, oggi nel museo Pomarici Santomasi, ma forse in origine nel palazzo ducale, raffiguranti le Quattro parti del mondo, replicati da analoghi soggetti dipinti da Francesco Solimena per il Gabinetto di Palazzo reale ed interpretati alla maniera di Leonardo Antonio Olivieri, uno dei più noti e maturi pittori del Settecento pugliese insime a Corrado Giaquinto ed Oronzo Tiso.

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