museo capitolare di arte sacra gravina in puglia

L’ex Museo Capitolare di Arte Sacra di Gravina in Puglia,  fu costruito per sostituire il vecchio seminario, ormai poco idoneo e malandato. Fu costruito nel 1692, per volere di mons. Cavalieri, a ridosso del palazzo vescovile, con un costo di 562 ducati per materiali e manodopera.

La nuova costruzione, le comodità e soprattutto l’attenzione profusa dal Cavalieri rilanciarono la vita del Seminario. Aumentarono sempre più i seminaristi, che determinarono la crescita dell’istituzione ormai rispondente alle richieste di studi minori e maggiori.

Divenne seminario minore e maggiore, non solo, ma anche Università degli Studi, dove si conseguiva la laurea di Scienze, Teologia e Filosofia.

Con la morte di monsignor Luigi Capuano (1705-1708), 13 settembre 1708, la diocesi rimase vacante fino al 1714, ed entrò in crisi a causa dei dissidi sorti tra clero e duca. Fu necessaria la venuta del cardinale Orsini, come amministratore e delegato apostolico. In questa circostanza il Seminario, riuscì ad avere due stanze ad esso contigue, appartenenti alla chiesa del Purgatorio, che permisero il primo ampliamento.

Nel 1721, il seminario risultò ancora piccolo, con rendite di appena 300 ducati, che con grande difficoltà si riuscivano a riscuotere, ma i chierici risultavano preparati in grammatica e umanità. Monsignor Cesare Francesco Lucino (1718-1725) volle fornire un insegnante di canto gregoriano ed un lettore di filosofia, ed obbligò, con appositi decreti, i sacerdoti a seguire le lezioni di canto, di filosofia, teologia ed umanità.

Non dimenticò di far ripristinare le scuole parrocchiali per l’insegnamento del catechismo, divise per classi, secondo le indicazioni del cardinale Orsini.

Monsignor Camillo Olivieri (1731-1758), quando giunse in diocesi, ebbe a dire che era operante il Seminario vescovile, in cui i chierici e non altri potevano convivere insieme, per la fabbrica molto ristretta e per la scarsezza delle rendite. Tuttavia aveva un rettore, un insegnante ed un lettore dai quali non solo i chierici adolescenti, ma anche gli altri giovani laici, liberi da ogni peso e pagamento, venivano avviati alle lettere più umane, alla filosofia, alla sacra teologia e anche preparati al canto gregoriano. E, visto l’utile beneficio, ritenne necessario un ampliamento, che al momento non potè  fare perché “quasi sommerso da tanti e gravissimi problemi”.

Il desiderio del vescovo si concretizzarono e cosi il seminario fu ampliato, ben strutturato ed organizzato, per rispondere alle norme e necessità di un istituto vero e proprio, cosi come prescritto dal Concilio di Trento e dalle ultime norme emanate da papa Benedetto XIII con la costituzione CREDITAE NOBIS del 9 maggio 1725. Con questa costituzione il papa creò anche una speciale Congregazione dei seminari o ministero della Istruzione ecclesiastica, con il fine ben preciso di promuovere la fedele e universale applicazione del decreto tridentino.

Il 1 aprile 1754, con la massima soddisfazione del vescovo Olivieri e con somma letizia di tutta la cittadinanza, entrarono nel rinnovato ed ampliato seminario i giovani alunni, distinti; in alunni, e semialunni, che studiavano in parte a proprie spese, in parte gratuitamente.

L’Olivieri formulò anche un organico statuto e regolamento per far funzionare formalmente e sostanzialmente, nel tempo, il seminario.

Nel seminario si insegnavano, oltre ai rudimenti della lingua latina e alle lettere umane, filosofia, teologia, canto gregoriano. Per curare meglio la formazione dei buoni costumi e delle buone arti, furono soppresse le ferie autunnali e, a loro sostituzione, fu concessa agli alunni e convittori la permanenza negli edifici della mensa vescovile, siti a ridosso della chiesa Madonna delle Grazie.

Qui gli allievi rimanevano per tutto il tempo delle ferie, sotto la disciplina dei superiori del seminario, e si dedicavano ad azioni di pietà, ad oneste ricreazioni, e verso la fine delle vacanze, facevano gli esercizi spirituali per il rinnovamento dello spirito.

Sono gli anni d’oro del Seminario di Gravina. Le entrate erano consistenti; le masserie producevano ogni abbondanza; gli animali s’incrementavano e procuravano ogni benessere alimentare; i fitti di case ed altri beni immobili venivano percepiti puntualmente. Tutto ciò consenti prosperità e buone condizioni di vita. I seminaristi vivevano in ambienti spaziosi, di recente ricostruzione ed ampliamento. Anche il vitto era ricco, vario e soddisfacente. Esso si costituiva di un menù fatto di primo di minestra (verdura, pasta,legumi,riso); un secondo (carne,uova,pesce,baccalà,stoccafisso,salame); “sopratavola” (frutta secca, noci, mandorle, nocelle); non mancava il dolce la domenica e nelle ricorrenze festive.

Nelle diocesi limitrofe erano sorti altri seminari, e questi assorbivano gli alunni che prima si recavano a studiare in quello di Gravina.

Per tutto il ‘700, il seminario visse vita serena e funzionò regolarmente, salvo eccezioni, giammai cessò o interruppe la sua funzione culturale. L’800 si apri con aspetti negativi e problemi.

Lo stesso monsignor De Angelis vide l’apice dell’istituto e nello stesso tempo la sciagura che si abbatté il 1802. Egli cosi relazionò “dal mese in cui i soldati entrarono in Gravina, i convittori furono costretti a trasferirsi altrove, né per 11 mesi si potè provvedere all’educazione degli adolescenti. Ogni cosa strepitava per la sfrenatezza militare e per il clamore”. Partiti i militari, il vescovo richiamò agli studi i giovani, ma non potè introdurli nei locali del seminario perché erano stati ridotti a mal partito.

Gli alunni furono raccolti presso il palazzo vescovile, dove però si potevano impartire lezioni solo di aritmetica, geometria, filosofia, e altri insegnamenti elementari, perché mancavano gli insegnanti. Intanto, trovò difficoltà per correggere le abitudini degli alunni che erano “degenerati in vizi”. Ma le più grosse difficoltà furono affrontate per riparare i locali del seminario, resi inagibili dai soldati. Ciò nonostante, il De Angelis, premurosamente, fece istituire ed educare i giovani chierici e i giovani laici “nel cammino della virtù”.

L’occupazione militare determinò in più parti disgregazione degli istituti educativi, molti dei quali si chiusero completamente. Tutto ciò riguardò le istituzioni centrali e locali, che si interessarono al problema per riparare al danno e ripristinare al più presto la situazione preesistente.

Il sindaco di Gravina, Franco Polini, chiese notizie al vicario della cattedrale in merito al seminario e alle relative scuole, perché i cittadini reclamavano per la mancanza d’istruzione.

Il vicario rispose che il seminario non aveva i fondi di una volta, perché questi erano stati sottratti e uniti alla congregazione della carità, che assolveva solo i legati di assistenza alle fanciulle abbandonate ed altro. Inoltre, lo stesso seminario sosteneva le spese per la scuola pubblica, per gli studi inferiori e superiori.

L’interessamento del sindaco Polini scaturì non solo le proteste dei gravinesi, ma soprattutto dall’editto di Giuseppe Napoleone I, re di Napoli, del 20 gennaio 1807, col quale si ordinava a tutti i vescovi , aventi i seminari, di riaprirli per dare un’esatta disciplina ed una preparazione ai giovani chierici. Lo stesso re, per prevenire fenomeni di pletoricità, ordinò che il numero dei sacerdoti non doveva essere superiore al 5% degli abitanti dell’intera diocesi.

Il seminario di Gravina non potè risponder agli ordini del re e alla volontà del popolo e del vescovo a causa dello stato deplorevole dei locali, delle rendite e della sopravvenuta morte dello stesso vescovo De Angelis.

Monsignor Cassiodoro Margarita (1818-1850) riaprì il seminario il 1819. Era stato chiuso per quindici anni.

Tra stenti, vertenze giudiziarie e altro riuscì a sopravvivere sino al 1866, quando le leggi di soppressione e confisca dei beni ecclesiastici decretò la sottrazione dei suoi locali.

Nel 1818, la Santa Sede stipulò un concordato con il re delle Due Sicilie, in virtù del quale si riorganizzarono le circoscrizioni diocesane. In base a tale riorganizzazione la diocesi di Gravina, fu staccata dalla arcidiocesi di Acerenza e Matera, di cui era suffraganea, e fu unita a Montepeloso, divenendo centro diocesi.

La diocesi sorella non aveva il seminario e dovette inviare i suoi aspiranti al sacerdozio presso quello di Gravina, che risultò insufficiente e poco accogliente per la sua vetustà e per le anzidette occupazioni militari.

Bisognò rimodernarlo ed ampliarlo, perché rispondesse alle numerose richieste. Di questa esigenza si rese interprete monsignor Alfonso Maria Cappetta (1859-1871, che fece demolire le vecchie strutture ed eresse il nuovo seminario con la facciata monumentale, che ancora oggi ammiriamo, progettata dall’architetto Lofoco di Bari.

La nuova fabbrica e lo zelo del vescovo incrementarono il numero degli allievi ed il prestigio dell’Istituto.

Ma, come detto prima, nel 1866 privato dei beni e delle strutture, cessò ogni attività diretta.

Fino al 1876 le strutture del seminario furono utilizzate completamente dal comune per scuola, deposito ed altro.

Monsignor Vincenzo Salvatore (1873-1899), rivendicò la terza parte dei locali e delle rendite che gli spettavano per il convitto teologico, fino ad allora gestito dal comune.

In virtù di un decreto di re Ferdinando del 22 maggio 1848, il vescovo riuscì ad ottenere la terza parte dei beni e il recupero di alcuni locali del seminario. Cosi potè ridar vita alla scuola ecclesiastica e mantenere i 23 alunni delle due diocesi.

Erano passati gli anni cruciali del Risorgimento e dell’unione del mezzogiorno al Regno d’Italia. Le rendite ecclesiastiche vennero incamerate, il numero dei sacerdoti cominciò a diminuire sensibilmente, mentre la scristianizzazione delle popolazioni veniva attuata con diabolica sistemicità.

La vita dei seminari di Puglia divenne difficile.

Il ‘900 si aprì con buoni auspici per il seminario di Gravina, favorito dalle nuove leggi, ma soprattutto dal fallimento delle scuole pubbliche. Il 14 ottobre 1901, tutti gli ambienti coni usoi beni vennero dissequestrati, ma data la precaria situazione, ci vollero molti anni, perché potessero all’antica funzione.

Il vescovo Cristoforo Maiello (1899-1906), riuscì ad avere nel maggio 1904 tutti i titoli originali delle proprietà, per rientrare nel possesso e percepire le entrate. Egli ripristinò la funzione del seminario.

La riapertura e funzione del seminario fu una parentesi che si chiuse ben presto, perché  sin dal 1908 si denunciò la mancanza di seminaristi e il fatto che le scuole ecclesiastiche erano frequentate solo da laici  o alunni esterni. Per questo il nuovo vescovo Nicola Zimarino (1907-1920), preoccupato che in futuro si avesse penuria di sacerdoti, si adoperò in tutti i modi per riattivare il seminario con il possibile ritorno dei seminaristi.

La prima guerra mondiale determinò la trasformazione ed il trasferimento del seminario a Molfetta.

Per la guerra il seminario rimase chiuso sino al 1926, anche se era stato lasciato libero dai militari sin dal 1920.

Nel 1922 fu nominato vescovo di Gravina monsignor Giovanni Maria Sanna (1922-1953), dono della provvidenza ai gravinesi, tanto bisognosi di pane, cultura e guida spirituale. Il nuovo Vescovo si interessò subito del seminario e dopo qualche mese dal suo ingresso in diocesi, convocò il consiglio di amministrazione per stabilire modi e tempi per riaprire l’antica e gloriosa istituzione.

Nel 1923 fu deciso: la riapertura, l’immediato restauro dei locali, la scelta delle suore del Sacro Costato come coadiuvanti del ripristinando Seminario, la retta mensile di appena lire 100.

Il seminario fu riaperto il 27 marzo 1926. La riapertura non significò vita serena e fiorente, anche se il Sanna cercò in ogni modo di reperire fondi e soprattutto alunni, perché scarseggiavano le vocazioni.

Ai problemi, si aggiunse anche la II guerra mondiale, che decretò ancora una volta la chiusura del seminario.

Quando giunse monsignor Aldo Forzoni (1953-1962), il seminario risultò in condizioni penose. Ma, Forzoni, si animò a tal punto da far risorgere il seminario a nuova vita.

Restaurò le strutture esistenti e fece sopraelevare il secondo piano, da adibirsi a dormitorio. Rinnovò tutta la suppellettile e riuscì ad avere molte iscrizioni, che aumentarono sempre di numero e consentirono di costituire il seminario minore ed il seminario maggiore con tutti i corsi di studi: scuola media, ginnasio, lice filosofico, corso teologico.

Papa Giovanni XXIII, con l’enciclica “Sacerdoti nostri primordia”, si rivolse ai sacerdoti, ai giovani, alle famiglie cristiane, alle organizzazioni cattoliche, affinché rinvigorissero ogni forma di zelo e, con l’aiuto dell’onnipotente, potessero arricchire la Santa Madre Chiesa di numerose ed elette vocazioni.

Da Gravina, la Sacra Congregazione dei Seminari ricevette notizie confortanti. Il vescovo informò i suoi superiore, che nella sua diocesi le vocazioni son in notevole aumento.

L’aumento è dovuto al fatto che il seminario “si è trasformato ed è stato riportato a quel decoro e quella funzionalità che gli compete; i parroci hanno curato il piccolo clero; i maestri elementari hanno dato un prezioso contributo con la loro collaborazione, parlando spesso in classe della vocazione sacerdotale e religiosa; le famiglie hanno ricevuto una notevole facilitazione di pagamento”.

L’opera di Forzoni mantenne vivo il seminario con un buon numero di seminaristi. Esso divenne modello per altre diocesi e campo sperimentale per alcune iniziative emulate dalla stessa congregazione dei seminari, che espresse al vescovo di Gravina riconoscenza per le indicazioni e suggerimenti ricevuti.

Il seminario di Gravina, dopo l’aurea parentesi avuta con monsignor Forzoni e Vairo, ebbe un calo per le stesse motivazioni, e soprattutto per la vacanza della diocesi dal 1970 al 1975.

Dal 1975, l’istituto riprese vigore, anche perché la diocesi di Gravina divenne centro della nuova circoscrizione ecclesiastica, comprendente le arcipreture di Altamura e Acquaviva delle Fonti, le comunità ecclesiastiche di Spinazzola e Poggiorsini.

Il seminario è stato chiuso negli anni 90, ed ha ospitato il Museo Capitolare di Arte Sacra,ed ha esposto l’ampio parato sacro in seta ricamato con fili di oro utilizzati dal Papa Benedetto XIII in occasione della canonizzazione di San Luigi Gonzaga (1726). Nella sezione degli argenti di notevole pregio sono: la stauroteca a croce patriarcale, detta di Lorena, dono di Samuele vescovo di Gravina dal 1215 al 1244; il calice in argento di Monsignor Francesco Bosio (1568 – 1574), un calice in oro del settecento, un turibolo con relativa navetta del cinquecento, il pastorale del papa Benedetto XIII.
Tra le tele: San Martino attribuito al Cavalier d’Arpino, maestro di Caravaggio.

Dopo lavori di restauro,il 30 marzo 2017,l’ex seminario è stato restituito alla città. Un primo passo nell’attesa che, il Museo archeologico, così come progettato della Pentagono sas di Bologna, diventi realtà.

Indirizzo

Il nosto indirizzo:

Piazza Benedetto XIII , Gravina in Puglia

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